Monday, January 08, 2007,5:47 PM
Imposte e tasse

Da quando siamo al mondo, tutti abbiamo sentito molto promettere, ma poco abbiamo visto in realtà, in materia di forti tasse. Dov’è l’uomo politico che non abbia promesso ai suoi elettori una lotta sino alla morte per la riduzione delle tasse e che poi non si sia messo a votare proprio per quei progetti costosi che la rendono impossibile? Ci sono alcune eccezioni da fare, ma temo che non siano molte. Così le chiacchiere sulle riduzioni di tasse hanno preso un suono sordo. La gente ascolta, ma non ci crede. Peggio ancora: mentre il pubblico si fa sempre più cinico, l’uomo politico si sente sempre meno obbligato a prendere sul serio le proprie promesse.
Sospetto che questo circolo vizioso di cinismo e di promesse mancate sia anzitutto il risultato del successo dei Liberali nell’eliminare dalla discussione i principi morali coi quali il tema della tassazione è così intimamente collegato. Siamo stati indotti a considerare le tasse come semplice problema di finanze pubbliche: di quanto danaro ha bisogno il Governo? Siamo stati indotti a trascurare, e spesso a dimenticare del tutto, il rapporto fra le tasse e la libertà individuale. Siamo stati persuasi che il Governo ha un diritto illimitato sulle ricchezze dei cittadini e che l’unica questione sia di vedere quanta parte di questo suo diritto il Governo debba pretendere. Mi sembra che il contribuente americano abbia perduto la fiducia nel proprio diritto al suo danaro. Nella sua resistenza alle forti tasse, egli è stato frenato dalla sensazione di essere obbligato, come cosa logica e normale, ad acconsentire a qualsiasi pretesa il Governo decida di avanzare sul suo danaro.
Mi sembra che la verità sia assai diversa. Il Governo non ha affatto un diritto illimitato ai guadagni degli individui. Uno dei principali precetti della legge naturale è il diritto dell’uomo al godimento e all’uso della sua proprietà. E i guadagni dell’uomo sono sua proprietà non meno della sua terra e della casa in cui vive. In verità, nell’èra industriale, i guadagni sono probabilmente la forma prevalente della proprietà. È stato di moda durante gli anni recenti sminuire i “diritti di proprietà” associandoli all’avidità e al materialismo. Questo assalto ai diritti di proprietà è infatti un assalto alla libertà. È un altro esempio della incapacità moderna di concepire l’uomo integrale. Come può essere veramente libero, un uomo, se gli si negano mezzi per esercitare la libertà? Come può essere libero, se i frutti del suo lavoro non sono a sua disposizione perché ne faccia quel che più vuole, ma vengono trattati, invece, come parte d’un fondo comune di ricchezza pubblica? La proprietà e la libertà sono inseparabili: quando il Governo, sotto forma di imposte, porta via la prima, esso invade anche l’altra.
Ecco una indicazione di come la tassazione corrente invada la nostra libertà. Un padre di famiglia che guadagna quattromilacinquecento dollari l’anno lavora, in media, ventidue giorni il mese. Imposte visibili e invisibili portano via circa il trentadue per cento dei suoi guadagni. Ciò vuol dire che un terzo del suo lavoro mensile, ossia sette giornate intere, va per le tasse. L’americano medio, dunque, lavora un terzo del suo tempo per il Governo: un terzo di ciò che produce non è disponibile per il suo uso, ma viene confiscato e adoperato da altri che non l’hanno guadagnato. Notiamo che in questo modo gli Stati Uniti sono già “socializzati” per un terzo. Il compianto senatore Taft sottolineava spesso questo punto. «Aumentare ancora il peso delle tasse oltre il trenta per cento che abbiamo già raggiunto», egli diceva, «significa socializzare ancor meglio di quanto non si farebbe con una confisca governativa. La stessa imposizione di tasse onerose è già una limitazione della libertà umana».
Dopo aver detto che ciascun uomo ha un diritto inalienabile alla sua proprietà, bisogna anche dire che ogni cittadino ha l’obbligo di contribuire per la sua giusta parte alle legittime funzioni del Governo. In altre parole, è innegabile che il Governo ha un certo diritto alla nostra ricchezza; il problema è di definire quel diritto in un modo che si tengano in debito conto i diritti di proprietà dell’individuo.
La quantità del giusto diritto del Governo, ossia la somma totale che potrà portare via in forma di tasse, sarà determinata dal modo in cui definiamo “le funzioni legittime del Governo”. […]
L’altro problema, quello che ha il massimo influsso sulla nostra vita quotidiana, è di ridurre la mole delle imposte. E ciò ci porta alla questione delle spese governative. Si può sostenere che, finché ci sarà del denaro nel Tesoro federale, le spese non verranno mai ridotte: ma in linea pratica io sostengo che la riduzione delle spese debba precedere la riduzione delle imposte. Se noi riduciamo le imposte prima di prendere decisioni ferme e intelligenti intorno alle spese, finiremo sulla strada delle spese deficitarie e degli effetti che invariabilmente le seguono.
[…] Il vero male è che il Governo è impegnato in attività nelle quali non ha nessuna ragione di immischiarsi. Finché il Governo federale ammette di avere responsabilità in un dato campo sociale o economico, le sue spese in quel campo non possono essere notevolmente ridotte. Finché il Governo federale riconosce la responsabilità dell’educazione, per esempio, la somma di sussidi federali deve aumentare per forza, in diretta proporzione almeno col costo del mantenimento delle scuole della nazione. L’unico modo di ridurre sostanzialmente le spese, è di eliminare le attività in cui si producono spese superflue.
Bisogna che il Governo cominci a ritirarsi da una intera serie di attività che si trovano al di fuori del suo mandato costituzionale: dagli impegni di benessere sociale, dell’educazione, dell’agricoltura, delle case popolari, del rinnovamento urbano e di tutte le altre attività che possono essere molto meglio esercitate a un livello inferiore al Governo, o da istituzioni private o da individui. Non dico che il Governo federale debba abbandonare tutti questi impegni da un giorno all’altro. Invece suggerisco che noi stabiliamo, per legge, rigidi termini per un ritiro a scaglioni. Potremmo provvedere, per esempio, per una riduzione delle spese ogni anno in tutti i campi nei quali la partecipazione federale non è desiderabile. È soltanto attraverso questa specie di risoluti assalti al principio di Governo illimitato che il popolo americano potrà ottenere un sollievo dalle tasse opprimenti, cominciando a progredire verso la ripresa della sua libertà. E decidiamoci, a ogni costo, a ricordare l’interesse della nazione nel ridurre tasse e spese. L’esigenza dello «sviluppo economico» di cui sentiamo parlare tanto sarà soddisfatta dal Governo non già spremendo le energie economiche della nazione, ma emancipandole. Riducendo le tasse e le spese noi non soltanto restituiremo all’individuo i mezzi con i quali può affermare la propria libertà e dignità, ma garantiremo anche alla nazione la forza economica che sarà sempre il suo ultimo baluardo contro nemici stranieri.
Barry Goldwater, "Il Vero Conservatore", Roma, 1962, Edizioni "Il Borghese". Brano tratto dal capitolo "Imposte e Tasse".

 
posted by Mariniello
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